Un labile confine

di Luca Bortone

Gennaio 2016

In un modo o nell'altro l'abbiamo sperimentato tutti sulla nostra pelle: il personalissimo confine che divide ciò che è giusto e lecito da ciò che invece non lo è talvolta è labile. Si piega, per adattarsi alle circostanze che siamo costretti ad affrontare. Questa è la storia di un padre onesto, ma pronto a compiere un sacrificio per il bene più grande: suo figlio.

Lugano, racconto, roadway.ch

Oggi ho rubato. Per la prima volta in quarantasette anni di vita ho rubato, capendo bene cosa stessi facendo. Non parlo dei furtarelli tipici dei ragazzini, quei taccheggi compiuti per il gusto di assaporare sulla lingua il sapore elettrico della sfida, per rompere le regole o per sentirsi “fighi” o “grandi” o più coraggiosi.

No, oggi ero del tutto consapevole del mio gesto. Le implicazioni e le conseguenze mi erano ben chiare.

Eppure ho agito.

È bastata una manciata di secondi. Un attimo prima ero io, quello dopo mi ero trasformato in un ladro.

Nascosto dietro lo scaffale, mi sono accosciato. Ho tolto il sacchetto dal cestino e l’ho infilato nello zaino, che poi mi sono fatto scivolare sulle spalle come nulla fosse. Per alcuni minuti mi sono guardato attorno con occhiate intermittenti e nervose. Avevo l’affanno e il cuore rimbombava contro le costole. Mi sentivo intrappolato, in gabbia, come se un’enorme mano mi stesse stringendo nel pugno, impedendomi di respirare.

Avrei voluto fuggire urlando, ma sapevo di non poter attirare l’attenzione. Comportati come sempre, continuavo a ripetermi. Hai fatto la spesa qui centinaia di volte. Fa’ il solito giro e andrà tutto bene. Per fortuna a quell’ora il supermercato era pressoché deserto, o sarei impazzito nel tentativo di rimanere calmo.

Solo adesso sono quasi sicuro che nessuno mi abbia visto. Se anche le telecamere di sicurezza avessero registrato qualcosa, ormai è troppo tardi. È incredibile quanto asfalto si possa calpestare in mezzora.

Arrivato al fiume, mi sono seduto su una panchina sotto un imponente ippocastano che mostrava i primi sbuffi bruni dell’autunno. Da un paio di giorni, il vento e la pioggia avevano costretto tutti ad abbandonare le scarpe di tela. Il Cassarate mormorava tranquillo in direzione della foce, ignaro del dramma che mi consumava dentro. Ho guardato ai piedi della piccola cascata sotto il vecchio ponte, dove l’acqua spumeggia tra le rocce semisommerse, e mi è venuta voglia di tuffarmi di testa.

Lo sguardo annacquato dalla compassione della giovane cassiera mentre contavo gli spiccioli, pregando di averne abbastanza, mi ha segato in due l’anima. Un fendente con un pugnale mi avrebbe ferito meno. Da un paio d’anni a questa parte, ogni notte mi addormento schiacciato dal senso di colpa e di totale impotenza. Le mie giornate sono un continuo bilancio in cui anche cinque centesimi contano. È strano come una piccola moneta dorata, spesso bistrattata e abbandonata in un barattolo sulla mensola poiché “inutile” e “fastidiosa”, possa assumere un valore opposto in un quadro di riferimento diverso.

Lugano, racconto, roadway.ch

Non che prima guadagnassi una fortuna – sia chiaro – ma riuscivo perlomeno ad arrivare alla fine del mese senza troppe acrobazie contabili o rinunce. Talvolta, addirittura mettendo da parte qualcosa.

Finché…

Beh, la crisi ha colpito anche in Svizzera.

Per fortuna il proprietario della piccola agenzia pubblicitaria per cui lavoro è una persona dal cuore caldo, altrimenti starei con le pezze al sedere. Piuttosto che licenziare qualcuno a caso, ha proposto di tagliare lo stipendio a tutti. Guadagnare meno è pur sempre preferibile a non prendere un centesimo, mentre la disoccupazione, a mio modo di vedere, dovrebbe essere adottata sempre come soluzione estrema. Alla mia età, le possibilità di un reinserimento professionale sono davvero molto scarse.

Tuttavia… una riduzione del 30% sulle entrate pesa parecchio. Da un giorno all’altro ti ritrovi a poter acquistare un terzo in meno di tutto ciò che compravi prima. E un terzo non è affatto poco.

Stralciare gli extra non è difficile. Si può vivere alla grande anche senza andare in vacanza al mare: le sponde del lago offrono interessanti spiagge libere. Le magliette vendute nei grandi magazzini ti coprono e ti scaldano esattamente come quelle di marca, così come i mezzi pubblici, se ti sai adattare, ti scarrozzano dove vuoi senza bisogno di consumare benzina in colonna ai semafori.

I problemi emergono quando sei costretto a tagliare sugli alimenti. All’inizio, determinato a resistere, scegli di comprare le stesse cose, solo in quantità minori. Poi però, quando vai a letto con i crampi allo stomaco per la fame, realizzi che, pur di avere la pancia piena, è meglio rinunciare alla qualità. E non va bene, perché con la salute non deve mai scherzare. Se cede quella, sei fregato. Ne sei consapevole, ma non puoi fare altro.

Nessuno ti regala nulla. Se i soldi non bastano, non bastano. Punto. Non servono né gli occhi dolci né il racconto strappalacrime della tua difficile vita.

Lugano, racconto, roadway.ch

È vero: esistono le mense per i poveri, ma l’orgoglio ti impedisce di trascinarti lì. Per sederti a quel tavolo, devi prima prendere piena coscienza dell’inferno in cui sei precipitato: appartieni alla categoria dei disadattati, quelli che non riescono nemmeno a prendersi cura di sé stessi, giusto un pelo sopra i senzatetto. E non è facile, perché accettare quel piatto di minestra calda significa arrendersi. Io non voglio. Non posso. Fossi solo, sarebbe tutta un’altra storia. Ma così…

Non so quanto tempo avessi già trascorso sotto quell’albero, quando ho aperto lo zaino e recuperato il sacchetto di plastica con le pesche. Erano solo tre, ma pesavano una tonnellata. Sono scoppiato a piangere, incurante dei ragazzi che mi passavano davanti e si mettevano a ridere e sfottermi. Le lacrime mi bruciavano gli occhi e mi scaldavano le guance. A un certo punto si è avvicinato un cane che mi ha regalato qualche latrato di conforto, prima di trotterellare dietro all’anziana padrona.

Senza asciugarmi il volto, ho lasciato cadere i biscotti nel sacco della spesa regolarmente pagata: mezzo litro di latte, una piccola pagnotta, una busta d’insalata scontata del 50%, un pacco di pasta e un pomodoro. Le pesche costavano solo due franchi e venti, ma se le avessi appoggiate sul nastro, non avrei potuto saldare il conto. In tasca mi restavano solo quindici centesimi.

Recuperato un fazzoletto usato, mi sono soffiato il naso. Ho impiegato dieci minuti abbondanti per raccogliere il coraggio di alzarmi e raggiungere la fermata del bus. Alcune gocce disegnavano cerchi concentrici nelle pozzanghere sul marciapiede, mentre il cielo era sempre più metallico e opprimente.

Mentre camminavo, una strana sensazione si è impadronita di me. Ero un ladro, ma non mi sentivo in colpa. Non come mi sarei aspettato, perlomeno. Non riuscivo a capire. Era come se la mia coscienza si fosse ristretta e avesse alzato l’asticella che definisce i comportamenti ingiusti. Quasi come se… non fosse disturbata del mio comportamento illegale. O ero solo io che tentavo di scendere a patti con la realtà dei fatti? In fondo, circostanze eccezionali ammettevano condotte inconsuete. O no?

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Durante il tragitto in bus, ho cambiato idea una dozzina di volte, oscillando tra un “va bene così” a un “sei un criminale”. Ero in subbuglio e non riuscivo a staccare il cervello.

I pensieri si aggrovigliavano come anguille in un secchio e non volevano saperne di stare fermi. In un paio di occasioni ammetto di aver sfiorato la crisi di panico. Sono riuscito a trattenermi solo guardando gli occhi dolci e il viso paffuto di un neonato che mi sorrideva da un passeggino.

Solo rientrato a casa, ho avuto la risposta che cercavo e mi sono calmato.

«Ciao papi! Dov’eri?»

Mio figlio ha otto anni e vede il mondo attraverso il filtro dorato della sua tenera età.

Gli unici mostri che è costretto ad affrontare sono quelli dei suoi cartoni animati preferiti e quelli che, talvolta, ancora si nascondono sotto il letto prima di dormire.

Pur essendo così piccolo, è molto sveglio. Quando sua madre ci ha lasciato, ha dovuto crescere in fretta. Non ha grosse pretese e si accontenta di poco. Però a me si stringe il cuore ogni volta che mi chiede perché non può avere anche lui un monopattino o il videogioco “che spacca di brutto che ha anche Giovanni”, il suo migliore amico.

Per un padre non c’è incubo peggiore del non riuscire a proteggere proprio figlio e a sostenerlo nella crescita. Vorrei tanto potergli comprare un bel regalo. Coccolarlo un po’, perché la sua spensierata fanciullezza non dovrebbe essere rovinata dal mio fallimento di genitore. Purtroppo, con aiuti mai concessi e con lo stipendio che prendo, non posso proprio. Un giorno capirà. Spero soltanto che prima non arrivi a odiarmi.

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Un urlo acuto mi fa sobbalzare. Mio figlio corre ad abbracciarmi.

«Le pesche! Mi mancavano! Ne posso una, anche se fra un’ora si mangia?»

«Dacci dentro», rispondo. Trattengo le lacrime.

Quel sorriso è magico, unico, splendido.

Mi lascio cadere sul divano con lo sguardo inchiodato al muro e un maremoto nell’anima.

Domani ruberò ancora? Non lo so…

Spero davvero di no, ma chi può dirlo?

La salute di mio figlio avrà sempre la precedenza su ogni cosa.

 

FINE

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