In ogni mio gesto

di Luca Bortone

Gennaio 2016

Nella vita si attraversano momenti in cui ci si sente tremendamente soli, nonostante la vicinanza della famiglia e degli amici premurosi, poiché il vuoto va riempito da dentro. Un viaggio in solitaria può trasformarsi nell'occasione per venire a patti con il dolore, comprenderne la natura e iniziare la risalita verso la felicità.

La veranda in legno del piccolo bar dominava la lussureggiante vallata e le rocce, simili a onde congelate e levigate dal vento, che hanno reso celebre in tutto il mondo il parco di Chamarel, sull’isola di Mauritius. Sette strati di terra contraddistinti da colori diversi, che si mescolano e dividono in base alle occhiate del sole e agli scrosci di pioggia, protetti da una cornice verde, intensa, viva e pulsante. Il canto degli uccelli rincorre il vento che solletica le fronde, mentre la modernità del cemento sembra lontanissima, quasi appartenesse a un’altra dimensione. Percorrendo quell’unica stradina ritorta che si arrampica sulle colline, ci si addentra in un luogo parallelo, dove il tempo scorre lento, senza stress, e lo sguardo è libero di dondolare tra i diversi contrasti cromatici, fino a perdersi nell’inspiegabile magia della natura, in grado di lenire le ferite del cuore, anche le più profonde.

Con un sorriso sincero, il barista dalla pelle olivastra appoggiò una seconda tazzina sul tavolo posto nell’angolo della terrazza. I chicchi di caffè dai quali si otteneva quella speciale miscela crescevano a una manciata di metri di distanza; pochi alberi in grado di garantire una produzione limitata, ma dal sapore unico ed eccezionale, impossibile da assaggiare altrove.

Serena ringraziò con un timido cenno del capo, prima di riprendere a fissare la vallata che si apriva sotto di lei. Un velo di lacrime tornò a offuscarle la vista e lei si affrettò a soffiare il naso e tamponare le prime gocce di tristezza sfuggite tra le ciglia.

Perché era così difficile?

Serena aveva ventisei anni e due mesi prima aveva visto sgretolarsi una delle colonne portanti della propria vita. Dopo una lunga malattia, la nonna paterna si era spenta a soli settantotto anni, nel letto dell’ospedale che ormai era diventato la sua residenza primaria.

Un singhiozzo le squassò il petto e il fiume di lacrime riprese a scorrere, senza controllo.

In breve, il fazzoletto iniziò a sfaldarsi tra le dita.

Grazie a una serie di profondi sospiri, riuscì a calmarsi. Sbatté le palpebre, scosse la testa e bevve un sorso di caffè già zuccherato al punto giusto. Per qualche istante rimase immobile, con il calore della porcellana sui polpastrelli.

Nonna…

Prima che se ne andasse, Serena non aveva mai preso coscienza della possibilità di una vita senza di lei. Lei che aveva riempito le sue giornate sin da quando era una bambina, che la accompagnava al parco giochi o a fare una nuotata in piscina, mentre la madre era impegnata al lavoro.

Le sembrava assurdo pensarci.

Era come se inconsciamente la considerasse immortale, incapace di lasciare questo mondo e i suoi nipoti, che adorava alla follia.

E invece…

D’improvviso tutte le paure nascoste erano balzate fuori dal buio, mozzandole il respiro, che sembrava non voler più uscire dai polmoni.

A nulla era servito il tentativo da parte dei genitori e dei medici di prepararla alla possibile fine, perché non si è e non si sarà mai pronti a un distacco così traumatico.

Serena aveva reagito male, ma in maniera insolita.

Mentre tutti gli altri nipoti, i genitori e gli zii avevano versato lacrime e si erano sfogati, stretti in un abbraccio, lei non era riuscita a piangere. Zero. Si sentiva devastata nel profondo, ma il dolore sembrava essersi ancorato al cuore, senza volerne sapere di manifestarsi e uscire allo scoperto.

Nemmeno durante le notti insonni, trascorse a cercare di capire come sarebbe stata la sua vita da lì in avanti.

Senza la possibilità di parlarle, di abbracciarla, di sorriderle, di accarezzarle un braccio o stringerle una mano.

Poi era venuto il giorno del funerale. Davanti al crematorio cittadino si era riunita una nutrita folla commossa, che con la sola presenza testimoniava quanto fosse stata speciale l’esistenza della nonna, in grado di riempire la vita di molte persone.

Durante l’elogio funebre, Serena era crollata, fino a consumarsi le palpebre nel tentativo di assorbire con un fazzoletto di carta le lacrime copiose, calde e dolorose. La bara in mogano, ormai chiusa, avrebbe portato via sua nonna, per sempre, senza possibilità di appello, di ritorno, di un miracolo.

Era andata.

Aveva abbandonato quel mondo terreno, lasciando dietro di sé una scia infinita di ricordi, gesti gentili e tanto amore.

Il colpo sarebbe stato duro, durissimo da assorbire.

Nelle settimane successive, Serena aveva vissuto sospesa in un limbo. Seguiva le lezioni all’università, andava agli allenamenti di pallavolo sorrideva e agli amici. Tutto però senza calore, come se la fiamma dentro di lei si fosse ridotta al minimo.

Per oltre venti giorni non era riuscita a far visita al loculo che ospitava l’urna con le ceneri. Il solo pensiero di vedere il nome in rilievo sul marmo chiaro la atterriva più di ogni altra cosa.

Poi, grazie anche al conforto di alcune amiche aveva finalmente affrontato la situazione e le aveva portato un piccolo angioletto di terracotta, che aveva posato con dita tremati davanti alla lastra, in modo che la accompagnasse nel suo viaggio. Quella stessa sera era crollata ancora.

E ancora nei giorni a seguire.

Al posto di scemare, il dolore sembrava pungere con maggiore intensità, con rabbia.

Perché è tanto difficile?

Era stato allora che aveva preso la decisione di partire, da sola.

Con il buono regalo che ancora conservava nel cassetto da Natale, si era recata in agenzia viaggi e aveva acquistato il primo viaggio last minute disponibile. Preparate le valige, nel giro di sedici ore si era imbarcata sul lungo volo per Mauritius.

Sola, perché ne avvertiva un viscerale bisogno.

Restare a casa era diventato troppo difficile.

Troppi ricordi ancora vividi.

Troppa la tristezza negli occhi di suo papà e in quelli di sua mamma.

Troppe fotografie alle pareti, di lei bambina, in compagnia della nonna.

Doveva allontanarsi per qualche tempo. Due settimane erano un buon periodo.

Intenzionata a farsi distrarre dalle bellezze mozzafiato di quell’isola, si era dedicata anima e corpo all’esplorazione. Con maschera e boccaglio era scivolata sopra la barriera corallina, che in quella parte del mondo era scura, marrone, salvo le punte azzurre dei coralli in crescita e le livree colorate dei pesci che sguazzavano a pochi metri dal suo volto. Aveva passeggiato lungo spiagge candide che, nonostante il sole ruggente, non scottavano sotto i piedi. Si era tuffata da un motoscafo ancora in movimento solo per poter osservare più da vicino un branco di delfini che si era inabissato nel blu scuro, sparendo alla vista, per poi ricomparire dal buio e causarle un mezzo infarto. Aveva persino trovato il coraggio di recarsi allo zoo, famoso per offrire la possibilità di entrare nella gabbia del leoni e accarezzarne la pelliccia ispida e ruvida. Certo, si trattava di cuccioloni satolli e ammaestrati, ma l’esperienza era comunque stata intensa, una scarica di adrenalina che aveva raggiunto tutte le estremità del corpo.

La prima settimana era trascorsa senza scossoni né ricadute.

Poi un gentile tassista le aveva proposto una gita al parco di Chamarel, per ammirare l’imponente cascata e la meraviglia delle sette terre colorate, uniche al mondo.

Era stato allora, mentre sorseggiava il primo caffè, che i ricordi l’avevano raggiunta e agguantata.

Perché è così difficile? pensò per l’ennesima volta Serena.

Mi manchi da morire, nonna.

Come farò, senza di te?

Un singhiozzo si arrampicò lungo la trachea.

Con esso, anche un improvviso e inaspettato senso di colpa, come se d’un tratto qualcuno le avesse levato il paraocchi e lei potesse osservare il proprio comportamento dall’esterno.

E si vergognò.

Come aveva potuto alimentare un pensiero così egoista? rifletté.

Avrebbe dato l’anima per trascorrere un mese in più in compagnia della nonna.

Che era malata.

E soffriva.

Fino ad allora aveva pensato solo al proprio dolore, causato dalla dipartenza, senza mai considerare il punto di vista opposto.

Dopo anni di sofferenza, anche forte, la nonna, ora, stava finalmente bene.

Libera dai dolori e dalle paure.

Come aveva potuto non considerarlo?

Si era comportata da bambina viziata che pensa solo al proprio benessere, tanto da metterlo in primo piano rispetto alla sofferenza della nonna.

Davvero avrebbe fatto di tutto, pur di tenerla ancora in vita una settimana o un mese?

Serena scosse la testa, con un improvviso nodo alla bocca dello stomaco.

Nonna stava davvero male negli ultimi giorni.

Non era più vita, quella.

Si era sforzata di resistere quanto più a lungo aveva potuto e lo aveva fatto per i figli e i nipoti, perché lei per prima avrebbe voluto evitare loro la tristezza. Era fatta così: il suo bene passava sempre in secondo piano. Sempre. A costo di ricorrere a rinunce e compiere sacrifici.

E io?

Bella stronza, si disse Serena.

Pur di tenerla qui ancora un po’ e posticipare il mio dolore, ho desiderato che lei prolungasse il suo.

Una lacrima scivolò tra le ciglia e lungo la guancia. Questa aveva però un sapore diverso, bruciava meno.

Ora sta bene.

Conta questo.

Serena si abbandonò contro lo schienale della sedia e guardò verso il cielo azzurro. Alcune nubi temporalesche si stavano addensando in un angolo. Presto avrebbe piovuto, per pochi minuti. Poi il sole sarebbe tornato a splendere su quella meravigliosa isola.

Come metafora pareva azzeccatissima, pensò lei.

«Nonna, mi dispiace», sussurrò. «Goditi il viaggio, ora che sei libera.»

Fu allora che iniziò a ripercorrere i momenti della vita che aveva trascorso con lei, di tutte le esperienze che con lei aveva vissuto, delle risate, delle carezze, delle passeggiate e dei pranzi della domenica. Era stato un percorso magnifico e ricco, inimitabile.

Serena si sentì profondamente grata di aver potuto condividere parte della sua esistenza con una persona così speciale.

«Grazie di tutto, nonna», disse a voce bassa.

Sorrise.

E in quel preciso momento, realizzò.

Spinti come foglie da una folata di vento, tornarono alla luce ricordi speciali.

Momenti e situazioni in cui la nonna non solo le era stata vicino, bensì le aveva insegnato o trasmesso qualcosa di importante. Anche solo con l’esempio.

Non sarei ciò che sono diventata, senza di te!

Non avrei mai potuto diventare la persona che in molti apprezzano, senza i tuoi consigli, i tuoi rimproveri e le tue carezze.

Se un giorno potrò diventare una madre e poi una nonna con la metà del tuo essere speciale, lo dovrò solo a te e ai giorni felici trascorsi insieme.

Sorrise ancora, con una nuova leggerezza nel cuore.

Sì, il percorso di elaborazione del lutto sarebbe stato ancora lungo e difficile e la nonna le sarebbe mancata ogni giorno. Ci sarebbero stati momenti tristi e di sconforto, certo.

Ma adesso lei sta bene!

Mi guarda e protegge da lassù.

È dentro di me.

Nei ricordi.

Negli insegnamenti.

Nelle esperienze vissute e trasmesse.

«Grazie di tutto, nonna. Sei e sarai sempre unica.»

Un giorno ci riabbracceremo e sarà fantastico.

Nel mentre, sarai in ogni mio gesto.

 

FINE

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