Acque crudeli

di Luca Bortone

Gennaio 2016

Talvolta la morte arriva dal mare. L'ispettore Sandro Toreddu avanza perplesso verso la Fiat 500 parcheggiata sul bagnasciuga con il baule nell'acqua, arrivata sin lì chissà come. A bordo, una donna, nuda e senza vita. Un'indagine dura, durante la quale l'ispettore non potrà fidarsi di nessuno, se non del suo istinto.

L’auto era lì, immobile. Una Fiat 500 nuovo modello, rossa e – almeno a prima vista – piuttosto nuova. La carrozzeria scintillava sotto un caldo sole di inizio ottobre, con il piccolo baule girato verso il mare. L’acqua lambiva i finestrini aperti e alcune onde più energiche scivolavano sul tettuccio e sul parabrezza, reso abbagliante dal forte riflesso.

La spiaggia, che si trovava a pochi chilometri dal paese sardo di San Teodoro, era un vero incanto da cartolina. Non molto grande, ricordava una mezzaluna dorata, sorvegliata da alcuni maestosi pini marittimi e baciata da acque azzurre attraversate da una rete di venature più scure. Alcuni scogli marroni affioravano dalla superficie, simili a grossi molari e canini. L’aria, mossa da una lieve brezza, profumava di salsedine e macchia mediterranea. L’impulso di liberarsi dei vestiti per correre a tuffarsi era molto forte.

L’ispettore Sandro Toreddu sbuffò, mentre si passava una mano sulla fronte sudaticcia. A trentacinque anni, i capelli erano sempre più radi ed entro breve avrebbe dovuto ricorrere al rasoio per azzerare quelli rimasti. Proprio come suo padre e suo fratello prima di lui. Allentò la cravatta e si guardò attorno. L’alta stagione, con i suoi chiassosi e spesso incivili turisti, aveva lasciato spazio al periodo dell’anno che più amava, quando la sua terra sapeva offrire il meglio di sé: giornate calde ma non afose, acque fresche, rena deserta e lunghi silenzi, nei quali il canto della natura tornava protagonista.

Ancor prima di avvicinarsi all’automobile, Sandro avvertì la bruciante sensazione di brutte sorprese in agguato. Già la domanda d’esordio racchiudeva un vero mistero.

Come diavolo ci è finita qui?

La 500 sembrava piovuta dal cielo.

Sulla sabbia non c’erano tracce di pneumatici.

Ma di piccoli uccelli e persone, sì, pensò l’ispettore avvicinandosi.

Secondo due distinti testimoni, l’automobile era comparsa durante la notte. Ma come?

Non pioveva da giorni, il mare era calmo e la lieve brezza non poteva certo aver cancellato così in fretta i segni. Inoltre, la recinzione che segnava il confine del campeggio era intatta e non presentava aperture, a parte uno stretto cancello per i pedoni.

Gli scogli sui lati della spiaggetta avrebbero impedito il passaggio persino a un fuoristrada.

Possibile che sia arrivata dal mare, trasportata da qualche corrente? si domandò Sandro.

No. Con i finestrini aperti, non ci sarebbe stato verso di farla galleggiare. Sarebbe colata a picco, per rimanerci.

E dunque?

Quella domanda venne spazzata via nel momento esatto in cui Toreddu posò gli occhi sull’interno dell’abitacolo.

E sul corpo di donna seduto al volante, con la testa abbandonata di lato.

Con la bocca dello stomaco stretta in una morsa, Sandro mosse altri due passi.

Più si avvicinava, più la sentenza diventava definitiva.

Era morta.

E nuda.

Cazzo.

Sandro frugò nella tasca dei jeans e recuperò il cellulare con cui allertò la Scientifica. La magnifica spiaggetta si era appena tramutata in una scena del crimine.

«Isolate gli accessi e trovate i due testimoni», ordinò Toreddu agli agenti che lo accompagnavano. «Voglio sapere perché hanno taciuto sul corpo che c’è in auto. Rintracciate eventuali filmati delle telecamere di sicurezza. Il camping dovrebbe averne. Bisogna scoprire come diavolo è arrivata qui. Al lavoro, forza!»

Dopo aver assegnato i compiti, con una seconda telefonata Sandro aggiornò la sua partner, l’ispettrice Alessandra D’Accordi, rimasta in commissariato per compilare delle scartoffie urgenti.

«Omicidio?» domandò lei dopo il resoconto, desiderosa di arrivare subito al sodo, come sempre.

«A prima vista, così pare. Staremo a sentire cosa dice il medico legale.»

«Cosa devo fare?»

«Mezzora e ti raggiungo, così facciamo il punto della situazione.»

«A dopo.»

L’ispettore Toreddu scrutò l’azzurro del mare e lasciò correre lo sguardo sulla superficie limpida. La voglia di tuffarsi non lo aveva abbandonato. Purtroppo, però, era stata affiancata dalla rabbia per la morte di una giovane donna. Una vita spezzata nel fiore degli anni. Uno spreco insensato.

Era suo compito fare luce sull’accaduto e assicurare i colpevoli alla giustizia. Chiunque essi fossero.

Dopo un ultimo sospiro, si voltò e tornò in ufficio.

Le prime novità arrivarono solo il mattino seguente, con il rapporto preliminare del medico legale, che attestava la morte per soffocamento della ragazza. L’assenza di segni attorno al collo suggeriva che l’assassino poteva aver usato un cuscino premuto contro il volto, che avrebbe spiegato anche la piccola piuma recuperata in gola. Nei polmoni non c’era acqua: era morta lontano dal mare e poi piazzata in spiaggia. Pur essendo stata ritrovata nuda, non presentava segni di abusi né di rapporti sessuali consenzienti nelle ore precedenti alla morte. Nel sangue, solo vaghe tracce di alcol.

L’identità rimaneva ancora un mistero.

Al pari dell’anello che portava all’anulare destro, l’unico oggetto che le era stato lasciato addosso.

Era grosso e piatto, con un rilievo che ricordava la forma di un sigillo antico.

Sandro riportò il dato sulla lavagna, prima di tornare a sedersi e scrutare gli appunti da lontano.

«Novità sull’auto?» domandò qualche minuto dopo.

Alessandra scosse la testa. «Risulta rubata qualche mese fa in Puglia ed era completamente vuota. La marinatura in acqua salata ha cancellato ogni possibile traccia. Temo sia un vicolo cieco.»

L’ispettore Toreddu annuì, mesto. Storse le labbra. Le domande iniziavano ad accavallarsi.

Soldi, sesso e vendetta erano i moventi più comuni nei casi di omicidio. Quale motivazione poteva aver spinto l’assassino, in quel caso?

Perché le hanno lasciato l’anello?

Perché abbandonarla dentro un’auto rubata, nuda e su una spiaggia difficilmente accessibile?

Ma soprattutto: chi è?

Fino a quel momento, nessuna denuncia di scomparsa era stata sporta.

Dalla carnagione molto chiara e i capelli biondi, la ragazza poteva essere una turista in viaggio da sola. Il fenomeno negli ultimi anni si era intensificato e non era insolito imbattersi in viaggiatrici in compagnia solo di se stesse, che spesso sceglievano i mesi a ridosso della stagione alta per muoversi con più sicurezza.

Il fisico minuto mescolato ai lineamenti delicati e molto gradevoli potevano aver risvegliato l’istinto di qualche cacciatore solitario.

No, l’assenza di violenza ridimensiona di molto il movente sessuale, si disse Sandro.

Più fissava la lavagna, più il suo sguardo veniva catturato dall’appunto sull’anello, che spiccava in maniera troppo netta.

E se celasse un messaggio?

O un omicidio rituale?

«Hai mai visto un gioiello simile?» domandò alla partner, che si limitò a scuotere la testa.

«Perché glielo hanno lasciato, secondo te?»

«Dimenticanza?»

«Sii seria. Non dopo tutto quel cinema.»

«Fretta?»

Sandro squadrò la collega con un’occhiataccia tagliente.

«Eh, scusa. Sai che mi piace fare l’avvocato del diavolo.» Sorrise. «Comunque mi sa che hai ragione. Un valido motivo deve esserci. Quell’immagine è davvero particolare. Scommetto che indica una cosa ben precisa. Se scopriamo quale, magari riusciamo a capire perché lo portasse e chi fosse la ragazza del mistero.»

L’ispettore Toreddu si stropicciò il volto tirato. Non riusciva a liberarsi della fastidiosa sensazione di aver già visto un simbolo molto simile a quello, senza però trovare il giusto cassetto nella memoria. Più si sforzava di ricordare, più il nervosismo diventava denso e schiumoso. «Che palle!» mugugnò.

Decise di accantonare quell’aspetto e di sfruttare le energie per qualcosa di più costruttivo del rimanere seduto alla scrivania. Le indagini si compivano sul campo.

Raccolse la fotografia del volto della ragazza e uscì, con l’obiettivo di girare per tutti gli ostelli della zona in cerca di un grande colpo di fortuna. Con la nuova moda di affittare la casa di uno sconosciuto come albergo tramite un sito internet, le possibilità di un riscontro erano davvero scarse.

«Io continuo a lavorare sull’anello», annunciò Alessandra, quando lui le espose il suo piano per il pomeriggio. «Occhio ai giornalisti. Prima ne ho visti alcuni piantonare l’ingresso.»

Sandro sorrise. «Ho già pronta la mia espressione da “no comment”. Funziona sempre. E se non dovesse bastare… mi resta la pistola.» Una cosa di cui non aveva proprio voglia in quel momento era doversi intrattenere con quelle sanguisughe ansiose di metterlo in croce davanti all’opinione pubblica solo per vendere più copie o alzare lo share dei talk show, vera piaga dei vacui pomeriggi televisivi italiani.

Come previsto, Sandro non ebbe fortuna quel giorno.

E nemmeno quello successivo, né quello dopo ancora.

L’identità della ragazza restava un mistero, sempre più inquietante.

Se nessuno ne aveva ancora denunciato la scomparsa, dietro all’omicidio poteva celarsi qualcosa di davvero grosso.

Dal canto suo, anche Alessandra stava attraversando delle grosse difficoltà nel reperire informazioni sul simbolo inciso sull’anello. Varie piste si erano inaridite di colpo, tantoché l’ispettrice aveva iniziato a domandarsi se la loro non fosse solo una speranza più che un’ipotesi concreta. Grazie a internet, chiunque poteva acquistare gioielli in tutto il mondo, senza magari nemmeno conoscerne il reale significato. Tuttavia, Sandro continuava a sentire le punture della sensazione di averlo già visto da qualche parte. In zona, persino. Ma dove?

A cinque giorni dal ritrovamento del cadavere, le indagini erano impantanate. E con l’assenza di risultati, la pressione sugli ispettori si stava intensificando.

Poi venne il sesto, che sconvolse ogni cosa.

Sandro stava cenando con sua moglie e la loro bambina di quattro anni, quando al telegiornale passò una notizia sconvolgente, di rilevanza nazionale.

Grazie a una soffiata dall’interno, i media avevano appreso che la figlia di Gianluigi Parini, un noto e ricchissimo imprenditore piemontese, proprietario fra le altre cose di una squadra di pallavolo di serie A e di una prestigiosa casa vinicola, era svanita nel nulla una settimana prima. La famiglia e i Carabinieri che seguivano il caso avevano deciso di non divulgare la notizia per non mettere in pericolo la linea di contatto aperta dai rapitori, con cui stavano trattando il rilascio in gran segreto. Secondo indiscrezioni, le richieste erano esorbitanti e le negoziazioni si erano protratte per giorni, prima di interrompersi bruscamente.

L’ispettore Toreddu si era quasi strozzato con uno spaghetto, quando in televisione aveva visto scorrere il primo piano della ragazza rapita: Laura Parini.

Che in quel preciso momento si trovava in una cella frigorifera dell’obitorio, ancora in attesa di sviluppi sulle indagini. Nessun dubbio a riguardo.

I giorni successivi erano trascorsi frenetici, ma nemmeno lo scambio di informazioni con gli inquirenti che avevano seguito il rapimento, né alcuni interrogatori avevano permesso di identificare una pista che portasse ai colpevoli.

Il clamore mediatico esploso con violenza subito dopo la notizia dell’omicidio di Laura Parini si era sgonfiato nel giro di un mese, sostituito da uno scandalo a luci rosse, alcune delle quali minorenni, nella Capitale.

A metà novembre, solo due persone si interessavano ancora del caso: Toreddu e D’Accordi.

Sandro sognava ogni notte il volto della ragazza che spalancava gli occhi e lo fissava, sbattendo le palpebre di quando in quando, come a gridare in un inquietante silenzio: «Aiutami!»

«Dobbiamo prenderli», continuava a ripetere Sandro alla collega che, pian piano, però veniva risucchiata da altri casi, più recenti e promettenti.

«Ogni tanto bisogna sapersi arrendere», aveva risposto un giorno, quasi esasperata dall’insensata tenacia di Toreddu.

Era seguita una brutta litigata, con susseguente gelo sparso sui rapporti personali e lavorativi.

Sandro si ritrovò solo, a combattere contro l’assenza totale di prove e di possibili piste.

Pur legato alla mancata accettazione delle condizioni dettate dai rapitori, il caso sembrava basato sul nulla.

Nessuno sembrava sapere niente.

Oppure tutti facevano finta di non sapere niente.

Quel rapido e progressivo abbandono delle indagini dava da pensare.

Come se qualcuno avesse voluto insabbiare la faccenda e spegnerla per sempre.

Qualcuno di potente.

Di molto potente, per potersi permettere di interferire con un’indagine dal così alto profilo.

Ma chi? E perché?

Sandro non riusciva a darsi pace.

La soluzione doveva essere nascosta nelle pieghe del movente alla base del rapimento.

Era lampante che Laura fosse stata rapita per ottenere qualcosa dal padre. Qualcosa di grosso, importante. Qualcosa che il padre aveva addirittura voluto difendere strenuamente, con l’unico risultato di far ammazzare la figlia.

Cosa volevano ottenere?

E perché ammazzare Laura, togliendo così dallo scacchiere il loro pezzo più pregiato, forse l’unico in grado di piegare la volontà dell’imprenditore?

Non aveva senso.

A meno che…

Ma sì, certo!

A meno che lo scopo fosse quello di mandare un messaggio forte e chiaro non solo all’imprenditore, bensì anche ad altri personaggi influenti e ricchi. Punirne uno per educarne cento.

Sandro si era messo a scavare nella vita professionale di Parini, tra i suoi progetti in fase di realizzazione, fino a imbattersi in una compravendita non andata a termine per volontà dello stesso imprenditore, che non era intenzionato a rinunciare a un vasto appezzamento di terreno boschivo e collinare che apparteneva alla sua famiglia da generazioni e che adesso era adibito a riserva personale di caccia.

Sua e di altri suoi amici imprenditori.

Tutti ricchi, tutti potenti e tutti in grado di attirare le attenzioni sbagliate.

Quando Sandro era corso da Alessandra con quelle novità, lei lo aveva liquidato, ribadendogli che altri avevano già scavato in quella direzione, prima di arrendersi di fronte all’assenza di prove. Era inutile accanirsi ancora. Doveva voltare pagina anche lui. Talvolta, purtroppo, nella vita reale il male rimaneva impunito.

«Siete tutti dei coglioni», aveva sbraitato Toreddu, in preda allo sconforto e alla rabbia nell’assistere all’immobilismo generale. «È chiaro come il sole che qualcuno vuole impedirci di arrivare alla verità! Possibile che siate tutti ciechi?!»

Quell’anno, l’inverno sembrava non voler arrivare e le temperature miti anche a novembre permettevano ancora delle fantastiche escursioni in barca, la vera passione di Sandro. Erano il suo modo di scaricare la tensione e lo stress, per ritrovare l’equilibrio interiore. Così, quel giorno, aveva sciolto gli ormeggi e raggiunto la sua caletta preferita, accessibile solo dal mare, a una ventina di miglia da San Teodoro.

Ancorato il piccolo motoscafo, aveva raggiunto la spiaggetta dominata da una falesia alta una trentina di metri. In quella zona la natura era ancora incontaminata, selvaggia e pura. Le case più vicine erano state erette a chilometri di distanza e solo alcuni sentieri s’avventuravano lungo la costa. Lì non era raro imbattersi in alcune capre selvatiche, in grado di restare in equilibrio là dove chiunque altro sarebbe caduto.

Quel giorno il cielo era limpido e si rifletteva in un’acqua azzurra da togliere il fiato, mentre l’aria profumava di mirto e macchia mediterranea. Le condizioni perfette per staccare il cervello e ricaricare le batterie.

Sandro si sdraiò e chiuse gli occhi.

Purtroppo la pace ebbe vita breve.

Qualche minuto dopo, infatti, uno scricchiolio catturò la sua attenzione.

Non era solo.

Infastidito dall’intrusione, quasi quella caletta fosse sua, si tirò seduto.

Quando vide chi lo aveva seguito, d’improvviso capì che sarebbe morto quel giorno.

«Ciao Sandro», disse il nuovo venuto. «Sapevo che saresti venuto qui, così ti ho anticipato.»

Lui non rispose.

Finalmente si era ricordato dove aveva visto quel simbolo.

E così sarebbe morto a causa della sua incapacità di scorgere a due passi dal proprio naso. Concentrato com’era sull’indagine, non aveva colto i segnali.

«Perché?» domandò, fissando la bocca della pistola che puntava contro la sua testa.

«Vedi Sandro, la colpa è tua e di quelli come te, che non ci credono capaci di commettere omicidi. Pensate subito che l’assassino sia un uomo e non considerate le ipotesi alternative, nemmeno se le avete sotto gli occhi.»

Lei si avvicinò di un passo.

Sandro ormai tremava, pensando alla figlia e alla moglie che sarebbero rimaste sole a combattere contro quel mondo malato.

«Alessandra…» sussurrò.

«Risparmia il fiato. Prima o poi avresti collegato i fatti. Non posso permetterlo.»

«La foto in bagno, quella sera a cena», disse lui, nel tentativo di guadagnare tempo.

Lei annuì. «È stato uno sbaglio. Me ne sono resa conto quando continuavi a ripetere di aver già visto quel simbolo. Mi spiace che sia andata così, davvero. Ma se mi avessi ascoltata e avessi lasciato cadere le indagini, non saremmo qui adesso.»

Sandro rivide quello scatto, appeso nel bagno privato di Alessandra e suo marito, che la ritraeva sorridente in un giorno di sole. Al collo portava un ciondolo, che aveva lo stesso simbolo dell’anello trovato al dito di Laura.

«Era un segnale», affermò lui. «Per tutti gli amici di Parini, in modo che in futuro nessuno osasse intromettersi con gli affari del tuo… gruppo.»

Pronunciò quell’ultima parola con ribrezzo.

Lei annuì. «Così va il mondo dei grandi affari. O uccidi o vieni ucciso. E noi uccidiamo.»

Sandro scosse la testa, poi esplose in uno scatto d’ira. «Chissà quante altre pedine come te hanno piazzato in giro per il Paese… mi fate schifo! Bastardi!» urlò, sputacchiando della saliva.

Per tutta risposta, Alessandra si strinse nelle spalle.

Poi si mosse, rapidissima.

Sandro era ancora seduto a terra e non poté evitarlo.

Il piede di Alessandra impattò contro la tempia dell’ispettore, che rovesciò gli occhi e cadde sulla schiena.

Lei allora gli tappò bocca e naso e attese qualche minuto, finché il cuore si fermò.

Dopodiché trasportò il cadavere in una delle grotte che punteggiavano la costa e lo abbandonò in balia dei granchi e di altri animaletti voraci. Sarebbero passate settimane, prima che qualcuno lo ritrovasse. Ammesso che succedesse. E anche in quel caso, sarebbe stata lei a condurre le indagini. E lo avrebbe fatto fingendo rabbia, tristezza e sconforto.

D’altronde veniva apprezzata proprio per la sua ottima dote recitativa.

Prima di tornare in porto a San Teodoro, ebbe cura di rimorchiare nella direzione opposta la barca di Sandro, che affondò al largo.

Addio, pensò, con un sorriso soddisfatto.

Era proprio brava nel suo lavoro.

 

FINE

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